
Sarah Carey, giornalista del quotidiano irlandese Independent, racconta la sua prima esperienza nudista in un campeggio francese, che le ha permesso di scoprire tutta la sublime imperfezione della nudità, potente antidoto contro la tirannia dell’immagine del corpo ideale.
Qualche settimana fa sono stata in uno splendido campeggio naturista francese. Aveva ottimi servizi, tra cui un “balneo”, una specie di giardino realizzato in stile romano: aveva un lastricato di pietra, colonne, vasche idromassaggio, piscine e una piacevole vegetazione. Là i vestiti erano ufficialmente banditi.
Manco a dirlo, ero tutta in ansia all’idea di mettermi nuda. Nessun intervento chirurgico e nessun pilates sarebbe in grado di riparare i difetti della mia pancia, che ha dato alla luce tre bambini di 3,8 chilogrammi ciascuno.
C’era anche la questione dei miei “cespugli”. Sono di principio contraria alla moda di tagliare eccessivamente i peli femminili, ma non ho mai avuto bisogno di manifestare pubblicamente questa mia contrarietà. Lo slip a vita alta del mio costume da bagno non aveva mai richiesto una depilazione in vista delle vacanze, e adesso era troppo tardi per dedicarsi all’arte topiaria. Avrei dovuto mettere in mostra i miei principi!
Ero nervosa, ma determinata, quando sono entrata per la prima volta nel balneo. Mi sono spogliata velocemente. Notando che ero quasi l’unica ad avere tutti i miei peli pubici – cosa che mi appariva in contrasto con la filosofia naturista -, ho sistemato il mio asciugamano in maniera da nascondermi un po’ e mi sono cercata una sdraio in un angolo tranquillo. L’esperienza è stata però affascinante. Tanto affascinante che sono tornata il giorno dopo, e il successivo, e quello dopo ancora. Ogni volta non vedevo l’ora di spogliarmi. E così cominciai a osservare chi e come sono i nudisti.
La stragrande maggioranza degli ospiti del campeggio erano persone di una certa età. Erano chiaramente nudisti da parecchio tempo, come dimostrava la loro pelle abbronzata e priva di segni del costume. Ho visto membri di ogni forma e dimensione, ma poiché non c’è nulla di meno erotico di un pene flaccido, la nudità era completamente desessualizzata. Sui corpi c’erano bitorzoli, smagliature, cicatrici. Fuori, impazziamo ad aggrapparci alla perfezione della giovinezza; qui, si accettavano le imperfezioni dell’età.
La rivelazione più grande sono stati i fondoschiena femminili. Liberati dagli abiti, i sederi a forma di pera regnavano sovrani. C’erano alcuni esemplari piuttosto magri, ma sembravano patetici in confronto alla magnificenza delle piene rotondità.
Nel mondo “vestito”, siamo oppressi dalla tirannia di un ideale fisico irraggiungibile e malsano. Qui, invece, la perfezione era qualcosa di anormale. Ho visto un uomo – probabilmente sui 40 anni – che era tonico e bello. In quel contesto, però, non l’ho trovato attraente. Il che sta a dimostrare quanto siamo portati a stigmatizzare ciò che non è conforme al contesto.
Talvolta presumiamo che le persone grasse siano pigre, avide o prive di autocontrollo. Mi sono resa conto di quanto sia facile creare una norma – nel caso della forma del corpo, in maniera del tutto artificiosa – e far sì che chiunque non vi si conformi si senta in colpa con se stesso. Se l’industria della pubblicità decidesse di mostrare soltanto donne con i capelli rossi, nel giro di poco tempo ci tingeremmo tutte i capelli e ci chiederemmo perché siamo state così sfortunate da nascere bionde o brune. Mi sono persuasa che è questo il motivo per cui la mia generazione era in minoranza nel campeggio naturista: noi giovani siamo come schiacciati dal senso di vergogna e dall’ansia per l’aspetto del nostro corpo.
In seguito chiacchierai di quest’argomento con mio marito e una simpatica coppia di olandesi. L’olandese, che aveva un paio di begli occhi vispi e un sorriso accattivante, disse che dopo tutto non aveva bisogno di togliersi i vestiti per sentirsi libero. Questo – pensai tra me – è perché sei già libero. Io sono una donna e, nonostante tutte le libertà che mi assicura la legge, vivo in una prigione, dove ogni aspetto della mia vita è controllato dagli uomini e giudicato dalle donne. Indossare i vestiti per rendermi più bella è solo una manifestazione di disgusto nei confronti del mio corpo. Togliermi i vestiti è l’unico modo per liberare davvero me stessa!
Libera traduzione di Getting naked to feel free.



Man mano che l’autobus si avvicinava al centro cittadino, il traffico si faceva più intenso e i marciapiedi più affollati. Mi avvidi che c’erano sempre più persone nude. Sembrava che la primavera e le temperature miti invogliassero la gente ad assaporare il piacere della nudità. Anche certi lavoratori potevano dismettere la tradizionale divisa e stare tutti nudi, eccetto le scarpe, il berretto e l’asciugamano su cui stare seduti. Era il caso di Roberto, l’autista del nostro autobus, che aveva deciso di lavorare nudo il giorno in cui era entrato in vigore il decreto sulla nudità e il suo datore di lavoro aveva informato i propri dipendenti circa i loro diritti.
Appena raggiunsi la mia scrivania, la sveglia del mio telefono suonò per ricordarmi l’appuntamento che avevo alle 8:30 con Michele e Federica. Erano due miei colleghi che erano diventati nudisti poco dopo l’entrata in vigore del decreto. Prima non erano nudisti, ma non appena seppero che io lo ero e mi videro arrivare nudo in ufficio, lo diventarono molto rapidamente. Andai in sala riunioni con il mio laptop sotto il braccio. Erano già lì tutti e due, bevendo un caffè e chiacchierando. Strinsi la mano a Michele, baciai Federica sulla guancia e presi anch’io una tazza di caffè. Dopo una quindicina di minuti ci raggiunse Francesca, la nostra amministratrice delegata. Non soltanto aveva abbracciato anche lei lo stile di vita nudista sin dal primo giorno, ma incoraggiava anche i dipendenti a mettersi nudi, sebbene rispettasse la scelta di ciascuno. Aveva la sensazione che la nudità creasse un ambiente di lavoro più aperto, gradevole e rilassato; e io avevo la sensazione che avesse ragione. In effetti, il livello di soddisfazione degli impiegati aveva mostrato un brusco incremento.



Ora il “nuovo” art. 726 del codice penale, come novellato dalla recente riforma, dispone che
Cosa fare dunque di fronte a queste novità legislative?
aiutare fattivamente quei nudisti che avranno la sfortuna di venire sanzionati, non solo al fine di far annullare la sanzione nel singolo caso concreto, ma anche – e soprattutto – al fine di creare fin da subito dei “precedenti” che scoraggino ogni ulteriore tentativo delle forze dell’ordine di applicare il nuovo art. 726 alla pratica nudista;
Cosa diresti, se ti chiedessero perché ti piace così tanto essere nudista? Probabilmente risponderesti ricorrendo a espressioni come “senso di libertà”, “piacere”, “modo per rilassarsi” e “accettazione di sé”. Oppure ti riferiresti all’atmosfera accogliente e amichevole che si è creata nell’ambito del tuo gruppo di amici nudisti. Oppure ancora cercheresti di descrivere quella esperienza fantastica che è starsene nudi in mezzo alla natura, in pace con se stessi e con il mondo intero. Ma potresti avere mille altri buoni motivi per spiegare perché il nudismo sia così bello.






