Clothing optional

Clothing OptionalDue ragazzi camminano tranquilli su una bella spiaggia, immersi in un’amichevole conversazione. Uno di loro indossa un normale costume da bagno. L’altro è completamente nudo. È davvero un’immagine tanto sconvolgente?

Siamo su una spiaggia che, con terminologia anglosassone, si definisce clothing optional, ossia dove i vestiti sono opzionali, non obbligatori. Dove insomma, se si vuole, si può stare anche tutti nudi. Oppure, sempre se si vuole, si può tenersi addosso il solito bel costume più o meno colorato e più o meno alla moda.

L’accettazione del clothing optional è un segno del grado di maturità, di tolleranza e di libertà raggiunto dalla società. Maturità, perché la nudità in sé non viene più considerata come qualcosa di scandaloso o di indecente. Tolleranza, perché si accetta che una persona possa mettersi nuda anche se non si è disposti a fare altrettanto. Libertà, perché ciascuno ha facoltà di vestirsi o non vestirsi secondo il suo desiderio. Insomma, il clothing optional è un segno di civiltà.

Vediamo le tre principali obiezioni che di solito si sollevano contro il clothing optional.

  1. «Vedere uomini e donne completamente nudi mi ripugna». L’obiezione è perfettamente comprensibile: purtroppo l’idea che la nudità sia brutta e vada nascosta ha radici molto profonde; è dunque normale che molte persone la pensino ancora in questo modo e facciano fatica a cambiare opinione. Il punto, però, non è questo.

    Clothing optional Bisogna considerare che qui abbiamo, su un piatto della bilancia, il diritto di non essere disgustati dalla vista della nudità, e sull’altro, il diritto di vivere la libertà del corpo nudo a contatto con la natura. Vietare la nudità significa tutelare pienamente il primo diritto, sacrificando però per intero il secondo. Laddove vige il principio del clothing optional, invece, da un lato la nudità è consentita, dall’altro il diritto di non essere disgustati subisce solo una lieve restrizione, giacché può essere preservato a prezzo di un minimo sacrificio, volgendo semplicemente lo sguardo altrove.

    Insomma, la mera ripugnanza provata da qualcuno non può essere un argomento sufficiente per fondare un divieto che limiti una libertà altrui. Faccio un esempio paradossale. A me – ma forse a molti altri – danno fastidio i piercing e i grandi tatuaggi: dovremmo allora stabilire un divieto generale di mostrare queste “decorazioni corporee” nei luoghi pubblici? Non va forse effettuato, invece, un civile contemperamento delle opposte esigenze, per cui è ragionevole che io debba tollerare la libertà degli altri di decorarsi il corpo e di non doversi nascondere per questo? Se mi dà fastidio, non sono mica obbligato a guardare!
  2. «Bisogna tutelare i bambini». Questa obiezione ha la sua origine nel pregiudizio che nudismo significa trasgressione sessuale. Eppure nulla vi è di più infondato di tale pregiudizio. Non si vuole qui negare che fra coloro che praticano il nudismo ci siano persone favorevoli alla trasgressione sessuale; è assolutamente falso, però, dire che tutti i nudisti siano, in quanto tali, inclini a comportamenti trasgressivi o, peggio, a perversioni sessuali. La stragrande maggioranza dei nudisti sono persone normali di ogni età, cultura ed estrazione sociale: sono singoli o coppie, giovani o anziani, ma anche famiglie con figli piccoli, ai quali i genitori cercano di insegnare che non ci sono parti del proprio corpo “brutte”, di cui avere vergogna. Insomma, non ci sono fondati motivi per ritenere che la percentuale di amanti della trasgressione fra i nudisti sia tanto dissimile dalla percentuale che si riscontra fra i non nudisti.
    Ma torniamo per un attimo ai bambini. Sono loro i primi e più convinti amanti del nudismo! Ma avete mai visto con quanta gioia i bambini giocano nudi sulla spiaggia, corrono nudi su un prato o sguazzano nudi nell’acqua?! I bambini – contrariamente a quanto ritengono gli adulti – non percepiscono alcuna negatività nella nudità: è l’educazione che inculca loro l’idea che vedere e farsi vedere nudi è brutto, indecente e fonte di vergogna.

    Clothing optional beach

  3. «Tutte le spiagge finiranno per essere occupate dai nudisti». Che questa obiezione – frutto del timore di dover subire la presenza dei nudisti dappertutto, se essi avessero la facoltà di praticare liberamente – sia del tutto irrazionale lo dimostra l’esperienza spagnola. Nel 1995, con una semplice modifica al codice penale, il cosiddetto escándalo público cessò di essere previsto come reato in Spagna: con ciò la pratica del nudismo divenne pienamente legale ovunque e tutte le spiagge diventarono di fatto clothing optional. Da allora non si è registrata nessuna prevaricazione dei nudisti nei confronti dei non nudisti: alcune spiagge sono diventate a predominante frequentazione nudista, altre sono rimaste tendenzialmente “tessili”, ma tutte sono improntate al reciproco rispetto. L’esempio spagnolo dimostra che il clothing optional, promuovendo un atteggiamento sereno ed equilibrato nei confronti della nudità, costituisce per la società un’importante lezione di civiltà e di pacifica convivenza. Si deve inoltre aggiungere che una liberalizzazione del nudismo in Italia condurrebbe ad un aumento di coloro che lo praticano, se è vero che – stando ai sondaggi – più di 1 italiano su 2 sarebbe pronto a denudarsi sulla spiaggia, se questa fosse clothing optional
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5 risposte a Clothing optional

  1. homeclothesfree ha detto:

    L’ha ribloggato su home clothes freee ha commentato:
    A case of clothing optional beaches

  2. Pingback: Nudità pubblica come devianza | Essere Nudo

  3. Pingback: Nudi nel parco | Essere Nudo

  4. Pingback: Un paradiso per la nudità | Essere Nudo

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