Salute e accettazione di sé

Foto storicaUno dei pionieri del nudismo americano, Maurice Parmelee, nel suo libro Nudism in Modern Life, pubblicato nel 1927, sosteneva che il nudismo fosse un modo per incentivare la formazione di «un’umanità più bella». Egli scriveva, infatti, che i nudisti «hanno tutto l’interesse ad avere un corpo ben formato e a conseguire un aspetto fisico ben proporzionato attraverso uno stile di vita sano e naturale, giacché quando si è nudi non si possono dissimulare le deformità». Ciò a cui Parmelee si riferiva era una cultura nudista concepita come forma di pressione psicologica, avente lo scopo di motivare la gente a raggiungere un corpo che fosse più in forma e più attraente possibile, da mostrare in tutta la sua bellezza stando nudi in compagnia di altre persone.

È evidente che il pensiero di Parmelee non sembra in linea con i principi dell’accettazione del proprio e dell’altrui corpo sostenuti dalla cultura nudista contemporanea, che appare improntata al più profondo rispetto per il corpo così com’è fatto, con difetti e imperfezioni. Per i nudisti è più facile accettare se stessi e gli altri, indipendentemente dalle caratteristiche fisiche, perché per essi, ormai abituati alla normalità della nudità, il corpo spogliato passa in secondo piano rispetto all’essere umano “contenuto” nel corpo stesso.

In occasione della mia primissima esperienza nudista, vissuta – ormai svariati anni fa – in un campeggio francese, vidi un uomo che aveva perso una gamba a causa di un infortunio. Ebbi modo di parlare con lui. Era diventato nudista dopo l’incidente, non soltanto perché aveva scoperto la sensazione di benessere e di serenità che la nudità era in grado di regalargli, ma anche perché si era accorto – con suo stupore – che nei campeggi “tessili” la sua mutilazione era scrutata, esaminata con invadenza, talvolta additata con una malcelata smorfia di disgusto, mentre in mezzo ai nudisti egli si sentiva accettato così com’era, non osservato, come se la mancanza della gamba fosse una cosa assolutamente “normale”.

Una nudistaLe parole di quell’uomo mi fecero molta impressione: fu allora che cominciai a comprendere quanta influenza positiva possa avere l’abitudine alla nudità sulla capacità di percepire il prossimo come essere umano al di là del suo mero aspetto fisico. È proprio vero che il nudismo è in grado di educare le persone a non giudicare gli altri sulla base dell’apparenza!

A vedere la questione sotto un altro punto di vista, tuttavia, forse il pensiero formulato da Parmelee quasi novant’anni fa può essere interpretato in maniera tale da esprimere un’idea senz’altro condivisibile ancor oggi. E cioè: l’accettazione del corpo con tutte le sue imperfezioni non può costituire un facile alibi per trascurare il corpo stesso, giustificando ad esempio la sempre più diffusa pinguedine dovuta a un’alimentazione scorretta e a uno stile di vita sedentario. Ma questa non è certo un’accusa che si può muovere al nudismo!

È vero anzi il contrario. Infatti, se da un lato il nudismo porta ad accettare quei difetti e quelle caratteristiche del corpo che nessun regime alimentare e nessun esercizio fisico (e nessuna pillola magica!) potrà mai eliminare, dall’altro esso rende le persone sensibili al tema del benessere psicofisico, propugna uno stile di vita sano e promuove il contatto diretto con la natura. Mi pare proprio che questi elementi rendano il nudismo degno di ogni rispetto e considerazione.

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