La vergogna di essere nudi

Coppia al lagoÈ una calda giornata estiva. State facendo una passeggiata nel bosco con un gruppo di amici, quand’ecco che vi trovate sulla riva di un bel lago, le cui limpide acque vi invitano a fare una nuotata rinfrescante. Alcuni amici non hanno con sé il costume da bagno e, piuttosto che spogliarsi, preferiscono rinunciare a nuotare. Altri, che pure hanno dimenticato il costume, non esitano a svestirsi completamente ed entrare in acqua, nudi e spensierati come bambini. E voi, quale comportamento seguireste in questa situazione? Se foste in costume, sareste imbarazzati alla vista di coloro che sono nudi? E se foste privi di costume, avreste vergogna a fare il bagno nudi?

La nudità di gruppo ci mette di fronte al dilemma: o approfittiamo dei piaceri offerti dalla natura in tutta innocenza, o una resistenza interiore ci impedisce di farlo. Eppure, quando siamo completamente nudi, cosa mostriamo di più di quando siamo in costume da bagno? Gli organi genitali, una parte delle natiche e, nel caso delle donne, il seno. Il costume da bagno, tuttavia, lascia indovinare tutto quello che sta sotto, come fosse una seconda pelle: ciononostante, farsi vedere da altre persone quando si indossa il costume da bagno è al giorno d’oggi generalmente accettato come assolutamente normale. È il pensiero di levare questi pochi centimetri quadrati di doppia pelle intorno ai fianchi che ci mette in agitazione. Questo forse trova la sua origine nell’idea che mostrare i propri organi genitali è brutto, immorale, disgustoso o degradante. Inoltre, può esserci la sensazione di essere vulnerabili, senza alcuna difesa, e – per le donne – di attirare un’aggressione sessuale o – per gli uomini – di avere un’imbarazzante erezione. Rinviando questi ultimi aspetti ad un successivo post, continuiamo a dedicare qui la nostra attenzione alla vergogna per la nudità (senza pretendere di esaurire l’argomento).

Coppia sul prato

«Non mi disturba che gli altri siano nudi, ma io non mi facco vedere “così”, perché non sono bello/a. Non voglio far subire agli altri il triste spettacolo del mio corpo nudo!» Questa osservazione relativamente frequente adduce dunque una motivazione “estetica”: è del resto pur vero che gli individui presentano diversi gradi di “bellezza” (criterio comunque soggettivo). Le stesse persone che rifiutano di spogliarsi per questo motivo, però, si fanno vedere senza problemi in costume da bagno, anche se sono consapevoli di asserite disarmonie del loro corpo. Se così è, logica vuole che la “bruttezza” che va nascosta è quella delle natiche e degli organi genitali. Ma queste parti del corpo non sono certo un elemento determinante per dire che una persona è bella o brutta! È il senso di vergogna inculcatoci da un’educazione restrittiva e tralatizia a farci credere che queste parti del nostro corpo (che non a caso sono chiamate anche “pudenda” o “vergogne”) siano “brutte” e “indecenti”.

In realtà, le nostre apprensioni celano resistenze psicologiche più profonde: la paura di non piacere se ci si mostra completamente, la sottostima di sé, il pudore per il sesso, il senso di colpa per la violazione dei precetti dell’educazione e delle regole della società. A molti di noi è stata impressa l’opinione che il sesso è sporco e disgustoso. Quindi, mostrare apertamente gli organi genitali è degradante e proibito. Violare questo divieto significa rendersi colpevole e sentirsi un depravato o una donna di facili costumi.

VergognaMalgrado oggi si vadano diffondendo idee che ci conducono ad abbandonare queste opinioni, portiamo il peso del senso di colpa delle precedenti generazioni. Gli studi della psicogenealogia dimostrano che il nostro comportamento è influenzato dal ricordo inconscio delle emozioni vissute dai nostri genitori e dai nostri avi: ebbene, immaginate la quantità di vergogna verso la sessualità, la nudità e i piaceri del corpo che abbiamo accumulato nell’arco di centinaia di anni! Il corpo, la carne, la nudità sono legati all’idea del sesso e del piacere e questi, secondo i precetti di un’educazione molto radicata nella cultura occidentale, sono una manifestazione del male.

Non c’è dunque da stupirsi se si prova una reazione istintiva di rifiuto della nudità. Ma il peccato non è denudarsi. Il peccato è lasciarsi vincere da questo atavico senso di vergogna e perdere così il piacere che ci viene regalato dalla nudità. Anche perché l’esperienza insegna che, una volta che ci si è spogliati, ci si abitua rapidamente alla sensazione della nudità e il senso di vergogna passa alla svelta, mentre il piacere di essere nudi resta! Tra l’altro, la pratica del nudismo ha un effetto benefico, perché porta le persone a riconoscere come naturali gli eventuali difetti del corpo e quindi, da un lato, non si esprimono critiche o giudizi sul corpo altrui e, dall’altro, non si prova più imbarazzo per le imperfezioni del proprio corpo.

Liberamente ispirato alla pubblicazione Se mettre à Nu di Alain Boudet.
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Stephen Gough: una condanna abnorme

Stephen Gough

Stephen Gough

Lo scorso 6 gennaio, in Inghilterra, Stephen Gough è stato condannato a 16 mesi di prigione per aver violato il divieto di andare in giro nudo in pubblico prescrittogli da un ordine formale del tribunale. Stephen Gough è un attivista inglese che rifiuta di indossare vestiti: fra il 2003 e il 2006 ha percorso per due volte a piedi l’Inghilterra in tutta la sua lunghezza. Nudo, a parte le scarpe, i calzini, lo zaino e, talvolta, il cappello. Arrestato più volte per la sua nudità, ha sinora complessivamente trascorso circa 6 anni in carcere. Ora l’ultima, più pesante condanna ad 1 anno e 4 mesi.

Al giorno d’oggi la gente è continuamente esposta alla nudità di carattere più o meno esplicitamente erotico. Basta accendere una televisione e vedere quanti secondi passano prima che una bellissima donna seminuda e ammiccante vi proponga l’acquisto di uno yogurt o di un’automobile. Perché tutta questa nudità allusiva e sessualizzante viene accettata, mentre un uomo normale che se ne va in giro nudo per i fatti suoi dev’essere perseguito? Perché lo Stato britannico è pronto a spendere così tanti soldi per nascondere il corpo di quest’uomo di mezz’età?

I giudici che hanno condannato Gough, probabilmente, erano preoccupati che la sua presenza potesse far sentire le persone disturbate o minacciate. Ma non c’è nulla di inquietante nella nudità in sé, ma solo nel significato che le persone tendono ad attribuirle. Tuttavia, presupporre che la nudità sia di per sé funzionale al compimento di atti riprovevoli è chiaramente sbagliato e non è altro che il frutto di una tradizione moralistica che uno Stato laico e moderno non può più permettersi di difendere. A meno che non voglia cadere nel grottesco, come sta facendo l’Inghilterra, arrivando al punto di punire un uomo innocuo, colpevole solo di mostrarsi nudo (e senza assumere atteggiamenti equivoci!), in maniera assai più severa di stupratori, pedofili e altri criminali!

«All’inizio», ha scritto Daisy Buchanan, giornalista del Guardian, commentando la notizia della condanna di Gough, «ho pensato che le leggi che ci “proteggono” dalla nudità del corpo di Gough hanno uno scopo più ampio. Dopo tutto, se a lui fosse concesso di andare in giro nudo, potremmo cominciare a farlo tutti, e nessuno forse vuole questo. Ma più ci penso, più mi convinco che l’adozione diffusa del naturismo potrebbe risolvere il nostro problema con la nudità. Se smettessimo di considerare i nostri corpi come una fonte di vergogna, potremmo diventare essere umani più sani e più felici. La nudità pubblica potrebbe dimostrarsi rivoluzionaria». Ad esempio, infatti – prosegue la giornalista – le giovani donne, abituandosi a vedere pance e fondoschiena reali, sarebbero meno inclini a intraprendere diete impossibili o a farsi iniettare silicone nel seno, nel folle tentativo di emulare modelli di bellezza immaginaria.

La vicenda di Stephen Gough verrà probabilmente portata davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nel frattempo è nato un gruppo Facebook, Free the Naked Rambler Stephen Gough, che attualmente raccoglie quasi 3.000 sostenitori.

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Considerazioni sulla proposta di legge sul naturismo

Aula di Montecitorio

Desidero svolgere alcune considerazioni a proposito della recente proposta di legge, firmata dall’on. Luigi Lacquaniti e da altri 22 deputati, intitolata “Disposizioni per il riconoscimento della pratica del naturismo e lo sviluppo della capacità turistico-ricettiva in Italia“. Confermo il mio giudizio positivo su questa proposta ed esprimo un caloroso elogio per tale iniziativa, nella speranza che si traduca presto in legge.

Finalmente si riscontra un tono di rispetto e sincera attenzione nei confronti del naturismo e non – com’è accaduto con altre proposte passate e con certe leggi regionali – di sospetto e diffidenza. Lo si capisce, ad esempio, dall’art. 5, dov’è prevista la segnalazione delle aree destinate alla pratica del naturismo mediante semplici cartelli, ma “in nessun caso tali aree possono essere delimitate da reti, staccionate o altra forma di recinzione“. Dunque, divieto assoluto di creare “ghetti” riservati ai nudisti, nascosti da recinti più o meno impattanti!

Insomma, per la prima volta, forse, ci troviamo di fronte ad una proposta di legge che dimostra maturità, lungimiranza e vera volontà di accettare e promuovere il naturismo, scacciando con decisione l’ombra di ogni pregiudizio e riconoscendo finalmente che si tratta di un modo di vivere a contatto con la natura, degno di considerazione, tutela e stima.

Coppia al mareL’articolo 1 si preoccupa giustamente di dare una definizione di naturismo, al fine di inquadrare le pratiche che sono oggetto delle disposizioni seguenti. La formulazione si discosta in parte dalla famosa definizione enunciata già nel lontano 1974 dalla International Naturist Federation, ma appare comunque corretta ed esaustiva.

L’articolo 2 è il più importante di tutta la proposta di legge. Esso afferma a chiare lettere che la pratica del naturismo non costituisce comportamento contrario alla legge né atto contrario alla pubblica decenza ai sensi dell’articolo 726 del codice penale o atto osceno in luogo pubblico ai sensi dell’articolo 527 del codice penale.

Va precisato che nessuna norma attualmente in vigore nell’ordinamento italiano stabilisce che la pratica del naturismo sia contraria alla legge o costituisca un atto penalmente rilevante ai sensi degli articoli 527 e 726 del codice penale. Tuttavia le espressioni usate nel codice penale (che – forse giova ricordarlo – risale al 1930!) sono talmente vaghe (“atto osceno” e “pubblica decenza”), che definire i loro confini è un’operazione dagli incerti risultati: la loro portata viene stabilita di volta in volta dal giudice per il singolo caso concreto. Negli ultimi anni si sono succedute varie sentenze favorevoli alla pratica naturista, che è stata ritenuta inidonea a configurare le fattispecie punite dalle norme citate. Però, oltre al rischio che qualche giudice decida di seguire un’interpretazione più retriva, c’è sempre il fastidio di dover affrontare il giudizio, considerato che spesso le forze dell’ordine – nel dubbio – preferiscono mandare la faccenda davanti al magistrato, piuttosto che lasciar cadere una denuncia. Per questo motivo, una norma come quella contenuta nell’articolo 2 della proposta di legge appare indubbiamente di capitale importanza!

Sempre ragionando su questa norma, se avessi il potere di suggerire un emendamento all’articolo 2, riterrei opportuno sopprimerne il secondo periodo (“Nei limiti di quanto stabilito dalla presente legge, è sempre ammessa la nudità integrale nelle spiagge o altre aree riservate ai nudisti o da essi solitamente frequentate“). O per lo meno lo sposterei in un articolo successivo. Lì dove si trova, infatti, tale periodo potrebbe forse offrire all’interprete maldisposto il pretesto per circoscrivere la portata e il significato del periodo precedente. E tale eventualità rischia di mantenere in vita quella situazione di incertezza interpretativa sopra descritta, che invece dovrebbe essere debellata.

Se – come emerge dalla relazione introduttiva alla proposta di legge – fra gli scopi dell’articolato vi è anche quello di “rendere maggiormente competitiva l’offerta turistica italiana“, tale scopo può essere conseguito pienamente soltanto creando una norma che non sia fonte di ambiguità e che affermi inequivocabilmente la piena liceità della pratica naturista. Sia bene inteso: l’articolo 2 quest’affermazione la fa già così com’è formulato. Se però stabilisse semplicemente che “la pratica del naturismo non costituisce comportamento contrario alla legge né atto contrario alla pubblica decenza ai sensi dell’articolo 726 del codice penale o atto osceno in luogo pubblico ai sensi dell’articolo 527 del codice penale” e basta, la sua “interpretazione autentica” della legge penale ne risulterebbe rafforzata. In tal modo la legislazione italiana prenderebbe posto senza alcuna esitazione fra quelle più lungimiranti ed evolute d’Europa in tema di naturismo, colmando d’un tratto un ritardo di parecchi decenni. E allora sì che non solo i naturisti italiani, ma anche i naturisti stranieri, tanto numerosi a nord delle Alpi, sceglierebbero senza timore alcuno il Belpaese come destinazione delle loro vacanze!

Libera!L’articolo 3 passa ad occuparsi della promozione del naturismo, attraverso l’individuazione da parte dei Comuni di apposite aree da destinare alla pratica naturista, rinviando alla legislazione regionale il compito di definirne i criteri. Non volendo qui entrare nel dettaglio della procedura – che comunque mi sembra snella ed efficace – mi preme soltanto sottolineare le parole che danno inizio all’articolo 3: “Fermo restando quanto disposto dall’articolo 2“. Con ciò la proposta di legge segna correttamente il confine fra il riconoscimento della liceità del naturismo (articolo 2) e la promozione dello stesso da parte dello Stato (articolo 3), rendendo evidente che la liceità è il presupposto della promozione, ma che quest’ultima non può costituire un parametro per limitare l’affermazione della liceità. In altre parole, se anche non si attua in concreto l’attività di promozione attraverso l’individuazione delle aree dedicate, resta fermo il riconoscimento della liceità del naturismo.

Con l’articolo 4 si prevede la possibilità di dare in concessione onerosa a privati le aree pubbliche destinate al naturismo, ma “nella misura massima del 50 per cento della loro estensione complessiva“. Vi è qui l’intento di contemperare le esigenze della promozione del naturismo con quelle dell’economia, proponendo un compromesso che mi pare equilibrato e perciò accettabile.

Dell’articolo 5 si è già accennato all’inizio. Le regole che esso prevede danno la chiave di lettura della legge: il naturismo non viene bollato come una vergogna da nascondere o una potenziale risorsa economica da sfruttare storcendo il naso, ma viene riconosciuto come un modo di vivere sano a contatto con la natura, la cui valorizzazione può dare un valido contributo al rilancio dell’offerta turistica italiana, oggi gravemente penalizzata rispetto agli altri Stati europei da una situazione di incertezza normativa. È tempo che tale incertezza venga finalmente superata grazie a una chiara affermazione di liceità del naturismo e la proposta di legge dell’on. Lacquaniti va nella direzione giusta.

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Clothing optional

Clothing OptionalDue ragazzi camminano tranquilli su una bella spiaggia, immersi in un’amichevole conversazione. Uno di loro indossa un normale costume da bagno. L’altro è completamente nudo. È davvero un’immagine tanto sconvolgente?

Siamo su una spiaggia che, con terminologia anglosassone, si definisce clothing optional, ossia dove i vestiti sono opzionali, non obbligatori. Dove insomma, se si vuole, si può stare anche tutti nudi. Oppure, sempre se si vuole, si può tenersi addosso il solito bel costume più o meno colorato e più o meno alla moda.

L’accettazione del clothing optional è un segno del grado di maturità, di tolleranza e di libertà raggiunto dalla società. Maturità, perché la nudità in sé non viene più considerata come qualcosa di scandaloso o di indecente. Tolleranza, perché si accetta che una persona possa mettersi nuda anche se non si è disposti a fare altrettanto. Libertà, perché ciascuno ha facoltà di vestirsi o non vestirsi secondo il suo desiderio. Insomma, il clothing optional è un segno di civiltà.

Vediamo le tre principali obiezioni che di solito si sollevano contro il clothing optional.

  1. «Vedere uomini e donne completamente nudi mi ripugna». L’obiezione è perfettamente comprensibile: purtroppo l’idea che la nudità sia brutta e vada nascosta ha radici molto profonde; è dunque normale che molte persone la pensino ancora in questo modo e facciano fatica a cambiare opinione. Il punto, però, non è questo.

    Clothing optional Bisogna considerare che qui abbiamo, su un piatto della bilancia, il diritto di non essere disgustati dalla vista della nudità, e sull’altro, il diritto di vivere la libertà del corpo nudo a contatto con la natura. Vietare la nudità significa tutelare pienamente il primo diritto, sacrificando però per intero il secondo. Laddove vige il principio del clothing optional, invece, da un lato la nudità è consentita, dall’altro il diritto di non essere disgustati subisce solo una lieve restrizione, giacché può essere preservato a prezzo di un minimo sacrificio, volgendo semplicemente lo sguardo altrove.

    Insomma, la mera ripugnanza provata da qualcuno non può essere un argomento sufficiente per fondare un divieto che limiti una libertà altrui. Faccio un esempio paradossale. A me – ma forse a molti altri – danno fastidio i piercing e i grandi tatuaggi: dovremmo allora stabilire un divieto generale di mostrare queste “decorazioni corporee” nei luoghi pubblici? Non va forse effettuato, invece, un civile contemperamento delle opposte esigenze, per cui è ragionevole che io debba tollerare la libertà degli altri di decorarsi il corpo e di non doversi nascondere per questo? Se mi dà fastidio, non sono mica obbligato a guardare!
  2. «Bisogna tutelare i bambini». Questa obiezione ha la sua origine nel pregiudizio che nudismo significa trasgressione sessuale. Eppure nulla vi è di più infondato di tale pregiudizio. Non si vuole qui negare che fra coloro che praticano il nudismo ci siano persone favorevoli alla trasgressione sessuale; è assolutamente falso, però, dire che tutti i nudisti siano, in quanto tali, inclini a comportamenti trasgressivi o, peggio, a perversioni sessuali. La stragrande maggioranza dei nudisti sono persone normali di ogni età, cultura ed estrazione sociale: sono singoli o coppie, giovani o anziani, ma anche famiglie con figli piccoli, ai quali i genitori cercano di insegnare che non ci sono parti del proprio corpo “brutte”, di cui avere vergogna. Insomma, non ci sono fondati motivi per ritenere che la percentuale di amanti della trasgressione fra i nudisti sia tanto dissimile dalla percentuale che si riscontra fra i non nudisti.
    Ma torniamo per un attimo ai bambini. Sono loro i primi e più convinti amanti del nudismo! Ma avete mai visto con quanta gioia i bambini giocano nudi sulla spiaggia, corrono nudi su un prato o sguazzano nudi nell’acqua?! I bambini – contrariamente a quanto ritengono gli adulti – non percepiscono alcuna negatività nella nudità: è l’educazione che inculca loro l’idea che vedere e farsi vedere nudi è brutto, indecente e fonte di vergogna.

    Clothing optional beach

  3. «Tutte le spiagge finiranno per essere occupate dai nudisti». Che questa obiezione – frutto del timore di dover subire la presenza dei nudisti dappertutto, se essi avessero la facoltà di praticare liberamente – sia del tutto irrazionale lo dimostra l’esperienza spagnola. Nel 1995, con una semplice modifica al codice penale, il cosiddetto escándalo público cessò di essere previsto come reato in Spagna: con ciò la pratica del nudismo divenne pienamente legale ovunque e tutte le spiagge diventarono di fatto clothing optional. Da allora non si è registrata nessuna prevaricazione dei nudisti nei confronti dei non nudisti: alcune spiagge sono diventate a predominante frequentazione nudista, altre sono rimaste tendenzialmente “tessili”, ma tutte sono improntate al reciproco rispetto. L’esempio spagnolo dimostra che il clothing optional, promuovendo un atteggiamento sereno ed equilibrato nei confronti della nudità, costituisce per la società un’importante lezione di civiltà e di pacifica convivenza. Si deve inoltre aggiungere che una liberalizzazione del nudismo in Italia condurrebbe ad un aumento di coloro che lo praticano, se è vero che – stando ai sondaggi – più di 1 italiano su 2 sarebbe pronto a denudarsi sulla spiaggia, se questa fosse clothing optional
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Proposta di legge a favore del naturismo in Italia

Approda in Parlamento, d’iniziativa dell’on. Luigi Lacquaniti e di altri 22 deputati, una proposta di legge per il riconoscimento della pratica del naturismo. Si tratta probabilmente della migliore proposta legislativa in tema di naturismo che sia mai arrivata sui banchi della Camera.

Un plauso a tutti i promotori e un invito affinché si impegnino a portare fino in fondo questa proposta (accettando magari qualche emendamento migliorativo, ma respingendo ogni tentativo di modifica in senso restrittivo), con l’augurio che diventi presto legge dello Stato.

È possibile seguire l’iter della proposta di legge sul sito della Camera dei Deputati.

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Perché abbiamo vergogna della nudità?

Adamo ed Eva

Abbiamo vergogna di tutto ciò che di noi è autentico: abbiamo vergogna di noi stessi, dei nostri parenti, dei nostri redditi, del nostro accento, delle nostre opinioni, della nostra esperienza, così come abbiamo vergogna del nostro corpo nudo.
George Bernard Shaw

Come può accadere che nascondiamo i nostri magnifici corpi – ognuno leggermente diverso dall’altro, ognuno nella sua unicità – organismi straordinari che ospitano le nostre anime? Come possiamo davvero vergognarci della nostra vera essenza?

La nostra società va a ritroso, se ci copriamo e facciamo finta di essere qualcosa di diverso da quello che siamo. Abbiamo bisogno di celebrare ciò che siamo, noi stessi, il nostro corpo fisico. Tanti mali che affliggono le nostre culture derivano dal nostro nasconderci, dal nostro vergognarci di essere noi stessi. Come possiamo amarci, se disprezziamo i nostri corpi? Se impariamo ad amare noi stessi, saremo in grado di amare gli altri.

Dobbiamo razionalizzare il nostro atteggiamento nei confronti del nostro corpo. Dobbiamo insegnare ai nostri bambini che non c’è nulla nel nostro corpo che ci possa far vergognare. Con il rispetto di ciò che siamo, ognuno nella sua diversità e come parte dell’intera umanità, saremo in grado di creare un mondo migliore per noi e per i nostri figli.

Facciamolo! Accettiamo quello che siamo. Scacciamo l’intolleranza. Pensiamo solo a quale mondo meraviglioso potremmo creare, se solo smettessimo di provare vergogna per il nostro corpo!

Tradotto dall’articolo We are ashamed of everything that is real about us di Happy Bare.
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8 marzo. Donna nuda: oggetto o persona?

Una donna al mare

  • «Sono favorevole alle spiagge nudiste, purché siano frequentate soltanto da belle gnocche!»
  • «Come? Quella è una nudista? E come fa ad avere il coraggio di farsi vedere nuda, con quel grosso culo che si ritrova?»
  • «So che buona parte dei nudisti è gente di una certa età: dev’essere uno schifo vedere tutte quelle tette cadenti e quelle chiappe avvizzite…»

Talvolta, quando si parla di nudismo, capita purtroppo di imbattersi in osservazioni così squallide come queste. Coloro che le pensano o le dicono dimostrano di non sapere proprio nulla di cosa sia il nudismo e, soprattutto, di avere una ben scarsa considerazione della donna come essere umano. Siffatte osservazioni, infatti, sono il frutto di una concezione della donna come oggetto, che purtroppo ancor’oggi appare ben presente nella società attuale, improntata al culto dell’immagine e venata da un mai sopito maschilismo.

Quando si parla del corpo di una donna e di quanto esso dovrebbe o potrebbe essere svelato, spesso, con smaccata ipocrisia, si giudica in base all’apparenza e alle esigenze del mercato. Se il corpo di una donna risponde ai severi requisiti che lo fanno considerare bello e sexy, e quindi può essere mostrato per il piacere del maschio o per vendere un prodotto, allora la sua nudità è ritenuta non solo accettabile, ma da incoraggiare e sfruttare. Se però una donna scopre un seno per allattare un bambino, o semplicemente si spoglia per provare il piacere di stare nuda a contatto con la natura, e se il suo corpo non corrisponde ai canoni della bellezza e dell’attraenza, allora la sua nudità è giudicata sporca, indecente, da nascondere con vergogna.

È chiaro che questa concezione della donna-oggetto è diametralmente opposta alla cultura del nudismo, secondo la quale non ci si spoglia per il piacere degli altri, per dare spettacolo, bensì per il piacere proprio, per godere del contatto diretto del corpo nella sua interezza con il mondo naturale. C’è un vero e proprio rovesciamento di prospettiva rispetto a quanto si vede per lo più accadere sui mezzi di comunicazione vecchi e nuovi, dove il nudo è l’elemento che deve suscitare interesse, dev’essere giovane, gradevole, piccante, allusivo, dev’essere fonte di desiderio e di eccitazione: qui, il fulcro e il fine della nudità è l’occhio di chi guarda, non il corpo spogliato, che non è più essere umano, ma diventa oggetto.

Al contrario, il nudismo considera il corpo come una parte essenziale della persona, che merita di ottenere il più profondo rispetto, non di subire critiche impietose. Come già detto, la nudità non è finalizzata all’esibizione: non ci si spoglia per farsi esaminare da un osservatore, né tanto meno per risvegliare il suo interesse o il suo desiderio. È per questo che chi pratica il nudismo arriva al punto di non guardare più la nudità altrui con morbosa curiosità e non giudica la bellezza di un corpo secondo i criteri estetici che stanno alla base dell’oggettivazione della persona umana. Tutti i corpi sono belli perché sono partecipi della dignità dell’essere umano, nella loro naturale imperfezione e con le tracce lasciate dal fluire del tempo. E perciò a ciascuno dev’essere riconosciuto il diritto di godere della nudità, sia che rispetti o meno i canoni della “bellezza”.

Due coppie di nudisti

Due coppie di nudisti. Entrambe bellissime nella loro umanità.

Sarebbe bello che il corpo femminile non fosse più oggetto di strumentalizzazioni. Sarebbe bello che il corpo umano conquistasse il diritto di non essere giudicato in base al grado di attrazione e di perfezione. Se si conseguissero questi risultati, tanti problemi che affliggono la nostra società ne risulterebbero ridimensionati. A cominciare dall’oggettivazione del corpo femminile.

A questo proposito la cultura nudista avrebbe molto da insegnare alla società, se solo quest’ultima avesse l’umiltà di prenderla in considerazione in maniera pacata e senza pregiudizi. Con l’accettazione e la diffusione del nudismo, la società verrebbe educata alla “normalità del nudo”. Sotto un duplice punto di vista. Da un lato, “normalità” intesa come superamento dell’immagine del corpo idealizzato e perfetto, dei corpi scolpiti (e magari ritoccati e fasulli) delle modelle, per giungere ad un’immagine più vera e umana, nella quale l’imperfezione e il segno del tempo non sono uno stigma da criticare o di cui avere vergogna. Dall’altro, “normalità” intesa come consuetudine alla visione del nudo: vedere e farsi vedere nudi – ovviamente in contesti adeguati – non dovrebbe essere un fatto eccezionale, una fonte di disgusto o di vergogna, ma un evento, appunto, “normale”, nella consapevolezza che nessuna parte del nostro corpo è meno degna o più “sporca”, più o meno “bella” di altre.

La “normalità del nudo” porterebbe con sé numerosi benefici, come del resto dimostrano vari studi psicologici condotti sui nudisti. Solo per fare qualche esempio, si ridimensionerebbe il problema della sciagurata emulazione di modelli irraggiungibili, che porta tante ragazze a non accettare il proprio corpo e a finire magari vittime dell’anoressia, nella vana speranza di conseguire la “bellezza” ideale. Ma verrebbe anche meno la curiosità morbosa per la nudità, che tanta responsabilità ha nello sfruttamento bieco dell’immagine del corpo umano, nella diffusione dilagante della pornografia e nella dipendenza da essa (ci si è mai chiesti perché i bambini che crescono in famiglie nudiste non sviluppano tale curiosità morbosa e considerano il proprio corpo e quello degli altri in maniera più equilibrata?).

Paradossalmente, dunque, per sconfiggere l’oggettivazione del corpo femminile, non c’è bisogno di meno nudità, ma di più nudità! Ma di una nudità sana, umana, quotidiana. Normale. C’è bisogno di un mondo nel quale, alla riscoperta del piacere di stare nudi nella natura, si accompagni l’accettazione dell’altrui e della propria nudità.

Nuda e libera.

Domani è l’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, che ricorda «sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui esse sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo» (Wikipedia).

Questo post è dedicato a tutte le donne. Perché il loro corpo vale e merita rispetto.

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Forza e debolezza del nudismo

Nudo sul fiume

Facciamo alcune brevi riflessioni su quelli che sono, nell’attuale situazione, gli elementi che possono giocare a favore dell’affermazione del nudismo e quelli che invece ne costituiscono i punti deboli. Sfruttare meglio i primi e cercare soluzioni per ovviare ai secondi potrebbe costituire un’opportunità da cogliere, per condurre alla piena accettazione del nudismo in Italia.

Punti di forza.

  • La rapida evoluzione di Internet ha creato nuovi canali di comunicazione (forum, social network, blog, etc.), che le persone che praticano il nudismo possono utilizzare con profitto, sia per conoscere e incontrare altri nudisti con i quali condividere e coltivare la comune passione, sia per trasmettere all’esterno la bellezza e il piacere del nudismo, suscitare l’interesse di chi ancora non lo conosce e fare così proseliti o quanto meno indurre maggiore propensione alla tolleranza (questo blog vuole esserne un vivo esempio! 🙂 ).
  • Negli ultimi anni si è assistito ad un aumento di studi, anche di carattere scientifico, sul nudonaturismo: ciò contribuisce a dare un’immagine positiva dello stesso, perché tali studi, di fonte indipendente, confermano per lo più i benefici psicofisici della pratica nudista (va detto che, purtroppo, molti di questi studi non sono in lingua italiana).
  • La nudità integrale appare ormai sdoganata sui mezzi di comunicazione di massa (talvolta, peraltro, con effetti e finalità di dubbio gusto), per cui – per quanto importa qui mettere in luce – la vista di un corpo nudo non può più essere considerata di per sé una “fonte di turbamento” tale da richiedere una censura.
Game of Thrones

Milioni di telespettatori anche in Italia hanno visto la nota serie televisiva Il Trono di Spade (Game of Thrones), accolta dal favore del pubblico e della critica e ritrasmessa di recente su Rai4 senza censure. Nei vari episodi ci sono numerose scene di nudo integrale, sia maschile che femminile (per non parlare di quelle di sesso esplicito, anche omosessuale), che hanno suscitato solo qualche isolata protesta, peraltro tacciata da più parti di esprimere una posizione bigotta e oscurantista, ormai non più al passo con i tempi.

  • Oggi nella società si attribuisce maggiore attenzione e rispetto a minoranze che in passato erano oggetto di riprovazione, come ad esempio i gay e le lesbiche. Gli attacchi nei loro confronti vengono oggi generalmente condannati e bollati come frutto di intolleranza e scarsa apertura mentale. Lo stesso può essere invocato a favore dei nudisti.
  • C’è una crescente attenzione nei confronti di tutto ciò che è naturale, ecologico, sostenibile dal punto di vista ambientale. Questo comporta una maggiore sensibilità verso il mondo naturale, il cibo naturale, la medicina naturale, gli stili di vita in armonia con la natura. Sono argomenti tradizionalmente molto vicini al nudonaturismo. D’altronde, essere nudi è molto più naturale che indossare vestiti!

Punti di debolezza.

  • Da un lato si assiste ad una sempre maggiore tolleranza nei confronti della mercificazione del corpo nudo sui mezzi di comunicazione (spesso con esplicite allusioni di carattere sessuale), dall’altro l’esibizione della semplice nudità in un luogo pubblico, pur senza il minimo riferimento all’erotismo, continua ad essere un tabù (forse c’è troppa ipocrisia nella società?).
  • Chi si mette nudo, anche se in luoghi isolati, rischia di essere perseguito da amministratori pubblici e membri delle forze dell’ordine, che portano avanti un’interpretazione ormai obsoleta del codice penale, dimenticando che ormai da anni i giudici pronunciano sentenze di assoluzione dei nudisti (come quella recente del Giudice di Pace di Ravenna).
Trekking nudista

Quest’uomo sta facendo un trekking in alta montagna. Nudo. Non incontrerà nessuno o forse tutt’al più qualche altro escursionista: come si può dire che è un esibizionista? È forse giusto denunciarlo per il solo fatto di essere nudo? Che male fa? Perché bisogna sacrificare il suo diritto a godersi la natura in nudità?

  • Molti nudisti hanno timore di rivelare di essere tali, perché temono il (pre)giudizio negativo di familiari, amici e conoscenti. È una sorta di circolo vizioso: il nudismo è vittima del pregiudizio di essere funzionale alla trasgressione sessuale, chi lo pratica senza avere alcuna inclinazione libertina tiene celato il fatto di essere nudista per paura del pregiudizio, e con ciò rischia di alimentare negli altri l’idea che – dopo tutto – nel nudismo c’è qualcosa di poco pulito da nascondere.
  • L’associazionismo nudista in Italia non è mai decollato. Gli iscritti alle (a dire il vero piuttosto numerose) associazioni naturiste sono – a quanto pare – non più di 4 o 5 mila. Pochini, se è vero che le stime più prudenti parlano di almeno mezzo milione di turisti italiani che ogni anno lasciano l’Italia per andare a stare tranquillamente nudi all’estero. È vero che al giorno d’oggi l’associazionismo in genere sta vivendo un periodo non florido, ma è innegabile che le associazioni naturiste italiane hanno un problema di appeal.
  • I nudisti non appaiono come un gruppo coeso: per alcuni il nudismo è un’esperienza eminentemente privata, da vivere in luoghi protetti, appositamente dedicati allo scopo; per altri questo non è sufficiente, giacché chiedono maggiore libertà di poter stare nudi in spazi naturali pubblici. Pare evidente che solo portare avanti questa seconda posizione potrà condurre ad un qualche risultato veramente favorevole al nudismo in Italia.

L’elenco è necessariamente sintetico e inevitabilmente lacunoso. Credo comunque che possa costituire una discreta base di partenza per ulteriori future riflessioni, sia da parte mia, sia da parte dei frequentatori di questo blog (che mi auguro siano non solo nudonaturisti, ma anche persone interessate quanto meno a conoscere meglio il nudismo!).

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La nudità è la salsa speciale

Nudo sulle montagneParliamo ancora del piacere che ci viene regalato dalla nudità. Stare nudi è come una salsa speciale che riesce ad esaltare il gusto di molte delle più belle e profonde esperienze della vita. Purtroppo, coloro che ancora non hanno scoperto questa realtà nutrono il pregiudizio che la nudità sia esclusivamente al servizio del sesso (e pertanto, senza cognizione di causa, condannano i nudonaturisti come se fossero pervertiti sessuali).

Tale pregiudizio è assolutamente falso. Vediamo – senza pretesa di esaustività – alcune gradevoli esperienze che possono (o potrebbero, se la pratica del nudismo fosse del tutto libera) essere vissute in assoluta nudità.

  • Una vacanza al mare, in campagna, in montagna
  • Il tempo libero trascorso in casa e/o con i propri familiari
  • Un campeggio o un’escursione in ambienti selvaggi e isolati
  • Un picnic al parco, sul prato o nel bosco
  • Una nuotata nel lago o in piscina
  • Una partita di tennis, di pingpong, di pallavolo, etc.
  • Un giro in bicicletta o a cavallo
  • Una serata intorno a un falò
  • Un incontro sociale o una festa con amici
  • La pratica yoga e di meditazione
  • La comunione solitaria con il mondo naturale
  • L’unione sessuale con il proprio partner

È piuttosto sorprendente che la maggior parte delle persone associno il piacere della nudità esclusivamente all’ultimo punto della lista. Perché? L’unico motivo, a ben vedere, è che la maggior parte delle persone pensa alla nudità solo nei termini imposti dalle convenzioni sociali o dalla presunta morale.

Mettersi nudi è di solito considerato solamente come la fase iniziale di un incontro sessuale. Lo si ritiene una premessa importante e – spesso – necessaria, ma niente di più. Fare sesso è molto piacevole, naturalmente, ma molti pensano che solo i preliminari e il rapporto vero e proprio siano la fonte del piacere. La misura in cui la nudità esalta le esperienze sessuali viene sottostimata.

Suonando il violino

In realtà, c’è un altro modo di pensare la relazione fra l’essere nudi e il fare sesso. In questa prospettiva, la nudità costituisce una parte rilevante del piacere suscitato dall’esperienza nel suo complesso. La nudità è un piacere separato, indipendente e assai intenso, di per sé, che si aggiunge al piacere del sesso e lo esalta.

Esattamente nello stesso modo, la nudità può esaltare e intensificare in maniera notevole il piacere provato in occasione di tutte le altre esperienze elencate nella lista di cui sopra. E ciò senza la minima componente sessuale. Ma proprio come si tende a sottovalutare quanto la nudità sia importante per il sesso (ma separata da esso), così si dimentica completamente quanto essa possa aumentare il piacere di molte altre cose.

Nudo nel boscoCi sono svariate ragioni per le quali i nudonaturisti attribuiscono un grande valore alla nudità. Per esempio, essa genera sentimenti di apertura nei confronti del prossimo, ci insegna ad accettare e apprezzare il nostro corpo con i suoi difetti e imperfezioni, ci mette nella condizione di esprimere la nostra individualità in un modo così autentico che è impensabile quando si indossano i vestiti.

Ma la ragione più fondamentale di tutte è semplicemente questa: la nudità è piacevole e ci fa sentire bene. Questo perché, quando siamo nudi, l’intera nostra pelle (che è l’organo più esteso del nostro corpo) diventa uno strumento di percezione del mondo fisico, alla pari dei nostri occhi, orecchie, naso e lingua. La nostra pelle nuda ci dà accesso ad una dimensione del mondo circostante, che l’abitudine a portare continuamente i vestiti ci ha fatto dimenticare.

Insomma, stare nudi mentre stiamo facendo un’esperienza gradevole significa molto spesso provare un ulteriore piacere, che rende tale esperienza ancora più appagante. La nudità aggiunge il suo sapore speciale alle altre cose senza coprirne il gusto – proprio come dovrebbe fare ogni buona salsa!

Liberamente ispirato all’articolo Nakedness is the special sauce di Naturist Philosopher.
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Stare nudi? È tutta salute!

Un numero sempre maggiore di ricerche mediche e di indagini scientifiche dimostrano che la nudità fa bene al nostro corpo e ci mantiene in salute. L’uomo è nato per essere nudo, non per soffocare il suo organismo avvolgendolo costantemente nei vestiti!

Nudo significa salute!

Nato nudo. I pediatri concordano sul fatto che i bambini crescono più sani se hanno l’opportunità di godere tutti i giorni di “momenti di nudità”: fra l’altro, la possibilità di movimento senza alcun impaccio e il maggior numero di stimoli sensoriali raccolti attraverso il corpo nudo aiutano lo sviluppo del cervello, incentivando la crescita di connessioni neuronali più complesse ed efficienti. Recenti scoperte rivelano che il nostro cervello si modifica e si sviluppa lungo l’arco dell’intera vita. Secondo il neurologo Michael M. Merzenich, “tutto ciò che si vede accadere in un cervello giovane può accadere in un cervello più vecchio”. Ciò non implica forse che i “momenti di nudità” sono egualmente importanti per uomini di ogni età, e soprattutto per gli anziani?

Nudi contro i parassiti. Nel 2003 uno studio dell’University of Reading, intitolato A naked ape would have fewer parasites, ha affermato che “l’evoluzione ha portato gli esseri umani ad essere privi di peli al fine di ridurre la quantità di parassiti, e specialmente di ectoparassiti che possono portare malattie”. Sfortunatamente, gli abiti che indossiamo possono essere terreno fertile per funghi e batteri, capaci ad esempio di provocare infezioni del tratto urinario. In particolare, il costume da bagno – che molti ritengono di dover indossare per proteggersi dalle impurità dell’acqua o della sabbia – è al contrario responsabile di trattenere i microrganismi a contatto prolungato con la nostra pelle e i nostri orifizi, aumentando così la possibilità di infezione.

Prendiamo il sole! Una recente ricerca ha evidenziato che la carenza di vitamina D è un problema che riguarda un numero sempre maggiore di persone. L’insufficienza di questo elemento fondamentale contribuisce allo sviluppo di numerose malattie (cancro, disturbi cardiovascolari, osteoporosi, diabete). Denudandosi completamente all’aria aperta si riesce a raccogliere una grande quantità di vitamina D in poco tempo.

Termoregolazione. La funzionalità del sistema nervoso che tiene sotto controllo la temperatura corporea viene alterata dall’uso dei vestiti (soprattutto quelli molto attillati). Il corpo perde la naturale capacità di adeguarsi ai cambiamenti di temperatura e ciò contribuisce all’insorgere di malanni come raffreddori, mal di testa, reumatismi. Inoltre, nei maschi la costrizione degli organi genitali nelle mutande determina un aumento della temperatura media dei testicoli, riducendo il numero e la vitalità degli spermatozoi, con evidenti ripercussioni sulla fertilità. Ove le condizioni ambientali la consentono, dunque, la nudità è il miglior modo per rieducare il nostro corpo alla termoregolazione naturale. Ciò costituisce anche un incentivo al metabolismo necessario per la produzione di calore: insomma, si può dire che stare nudi aiuta pure a dimagrire, visto che aumenta la spesa energetica – ossia il consumo di calorie – da parte dell’organismo!

Nudiste sulla spiaggiaLa nudità sociale. Numerosi studi psicologici dimostrano che la nudità sociale porta con sé vari benefici, come ad esempio la riduzione dello stress, la diminuzione della curiosità morbosa per il corpo umano, la riduzione della dipendenza dalla pornografia, il miglioramento nella percezione dell’intero proprio corpo, lo sviluppo di un atteggiamento sano nei confronti dell’altro sesso. Una ricerca condotta dall’University of Northern Iowa ha messo in luce che i nudisti hanno un elevato grado di accettazione del proprio corpo. I nudisti sono molto meno esposti di altri a subire il fascino di modelli di corpo ideale, che vengono propinati dai mezzi di comunicazione di massa e che sono alla base di problemi psicologici come l’anoressia o la non accettazione dei propri difetti. Vari studi, inoltre, dimostrano che gli effetti benefici della nudità sociale si riflettono anche sui bambini, aiutandoli a crescere in maniera equilibrata, con un buon grado di sicurezza di sé e senza sviluppare alcun senso di vergogna per il proprio corpo.

Tolleranza. Uno studio dell’University of Central Florida del 2008, condotto su 384 partecipanti, ha concluso che gli studenti favorevoli al nudismo erano “significativamente più tolleranti nei confronti di altri gruppi religiosi o degli omosessuali” rispetto agli studenti contrari al nudismo; inoltre, avevano “meno pregiudizi verso persone appartenenti ad etnie diverse”.

Insomma, stare nudi non solo è un piacere in sé, ma è anche una fonte preziosa di benessere psicofisico. E – non dimentichiamolo – ha anche un grande vantaggio: non costa nulla! 🙂

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